Diventare una comunità politica

Comunità significa luogo comune, che appartiene a tutti, in cui ognuno si sente a casa propria. Per un partito, essere una comunità politica è una necessità: solo mettendo a fattore comune le nostre diversità potremo incidere in modo concreto e duraturo sulla realtà locale, formare una classe dirigente non improvvisata, includere i cittadini, far conoscere e apprezzare i risultati dei nostri sforzi, avere peso nell’amministrazione e sul territorio.

Tuttavia, questo è un compito difficile, complicato dalla situazione attuale, con la presenza di eletti sia nella maggioranza, sia nella minoranza del consiglio comunale. Se diventerò segretario, mi impegno, in primo luogo e senza che questo metta in stallo altre iniziative, a richiedere un confronto con la dirigenza provinciale del partito per conoscere eventuali altre realtà simili e imparare dall’esperienza altrui.

Nell’immediato, tuttavia, dobbiamo prendere atto di questa situazione, sancita dal voto popolare alle scorse amministrative, e affrontarla con pragmatismo e guardando al futuro.

  • Discontinuità nei metodi, continuità nelle persone

Noi siamo quelli che siamo, il circolo del PD appartiene a ciascuno di noi, nessuno escluso, senza privilegi o diritti precostituiti. Dobbiamo quindi partire da noi (continuità delle persone), ma lavorare in modo diverso (discontinuità nei metodi), accettando che la garanzia degli interessi o delle sensibilità di cui siamo portatori non può provenire solo da azioni “muscolari” (l’imposizione con i numeri o la forza), ma anche dalla mediazione in un contesto di fiducia reciproca.

Il lavoro verso l’obiettivo di diventare una comunità politica deve quindi in primo luogo partire dalla costruzione di un clima di fiducia, a cui contribuirà anche l’accettazione di regole nuove di linguaggio, riservatezza, solidarietà e unione nei confronti con l’esterno.

Quanto alle diverse affiliazioni politiche, nessuno nega siano necessarie in un partito a vocazione maggioritaria qual è il PD. È importante però che a queste affiliazioni si affianchi la consapevolezza che non c’è crescita, nostra individuale o del partito, che possa avvenire a discapito di altri al nostro interno. Le divisioni interne sono utili solo ai nostri avversari, primi fra tutti l’antipolitica.

  • Direttivo e segretario sganciati da “Manuali Cencelli”

Per avviare questo processo, che richiederà l’impegno di tutti, proponiamo un direttivo che sia una squadra fondata su un impegno comune e il più possibile sganciato da “manuali Cencelli” e da logiche spartitorie, che lavori per promuovere un dialogo sistematico fra tutte le componenti del Partito, a partire da quelle in maggioranza.

Le diverse anime del partito saranno garantite dal dialogo e dall’impegno a cercare soluzioni senza pregiudizi, piuttosto che dalla presenza di “persone amiche” in direttivo.

Dal punto di vista pratico, immaginiamo di organizzare con cadenza regolare delle riunioni sia fra direttivo e consiglieri eletti (per affrontare e sviluppare una posizione comune su tematiche di metodo) sia fra direttivo e consiglieri di maggioranza o minoranza.

  • Il partito come luogo di elaborazione politica autonoma

Allo stesso tempo, il direttivo e il partito nel suo complesso devono vedersi restituito il ruolo di luogo di costruzione e accumulo delle competenze (territoriali, politiche e amministrative) e di elaborazione politica autonoma, negli interessi della comunità e del paese.

A questo obiettivo, lavoreremo facendo politica, nella consapevolezza che questo implica soprattutto la ricerca della mediazione, ascolto, dialogo, comprensione dei problemi, rispetto reciproco.

 

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